Allora Tea party pure noi, dice Obama

Il Tea Party ha vinto e il vero marchio della sua vittoria non è la manciata di candidati alternativi che si presenteranno alle elezioni del 2 novembre, né la sua indiscutibile potenza di fuoco mediatico. Il movimento libertario ha vinto perché è riuscito a imporre sulla scena pubblica il proprio paradigma comunicativo. Già quando le forze del Partito repubblicano ufficiale hanno presentato il loro programma si è capito che nemmeno la destra più palazzoide poteva fare a meno di darsi una mano di vernice nazionalpopolare.
21 AGO 20
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Il Tea Party ha vinto e il vero marchio della sua vittoria non è la manciata di candidati alternativi che si presenteranno alle elezioni del 2 novembre, né la sua indiscutibile potenza di fuoco mediatico. Il movimento libertario ha vinto perché è riuscito a imporre sulla scena pubblica il proprio paradigma comunicativo. Già quando le forze del Partito repubblicano ufficiale hanno presentato il loro programma (il “patto con l’America”) nel retrobottega di una segheria della Virginia, armati di camicie button down senza cravatta, si è capito che nemmeno la destra più palazzoide poteva fare a meno di darsi una mano di vernice nazionalpopolare. Ma ora anche i democratici sono costretti a inseguire il modello della politica di piazza, con le sue parole di rivalsa e la retorica della restaurazione dell’onore nazionale.

Domani il Democratic National Committee, i sindacati e un cartello di gruppi della sinistra liberal si riuniscono per una manifestazione dal titolo significativo: “One nation working together”, una nazione che lavora insieme. La sinistra di piazza non può che riunirsi sui gradini del Lincoln Memorial, eterno simbolo della nazione e luogo dell’“I have a dream” con cui Martin Luther King ha fatto sognare di riflesso generazioni di militanti dei diritti civili. In questo caso né Lincoln né i diritti civili sono all’origine della manifestazione: su quei gradini il 28 agosto l’anchorman di Fox News e portavoce del Tea Party, Glenn Beck, ha radunato 87 mila persone per la manifestazione “restoring honor” e lì ha preso per mano l’America affranta, ne ha curato le ferite con medicine profetiche e si è imposto come gran sacerdote di un ordine antipolitico opposto al potere del palazzo. Naturalmente gli interessati negano che quella di domani sia una risposta a Beck e al Tea Party, ma l’organizzazione della giornata non lascia molto spazio alle interpretazioni.

Trecento gruppi della galassia liberal
partecipano all’evento e fra questi alcuni pezzi grossi, tipo il Naacp, l’associazione nazionale per l’emancipazione delle persone di colore. Il presidente, Barack Obama, ha dato un endorsement attraverso il canale ufficiale dell’Organizing for America, il gruppo strategico del Partito democratico, che ha parlato della “più grande manifestazione progressista degli ultimi decenni”. Il presidente della Seiu, un sindacato degli operatori sanitari, ha reso esplicito il paragone con il fenomeno libertario: “Il Tea Party sta suscitando molta più attenzione di quella che merita, e il luogo comune ormai è che rappresenti la voce della middle class americana”.
La narrativa scelta dai democratici ora che lo scontro elettorale si avvicina è perfettamente sovrapponibile a quella del Tea Party, anche se viaggia nella direzione opposta. Lo schema di fondo consiste nella “riappropriazione” di uno spirito americano che si è in qualche modo perso. Il Tea Party la butta sulle tasse, sull’onore, sulla corruzione di Washington, sul “socialismo” di Obama; i democratici domani spingeranno sul senso di responsabilità, il bisogno di unire un’America che appare divisa e stanca, preda di una classe dirigente che sa soltanto lamentarsi, per parafrasare le parole che il vicepresidente, Joe Biden, ha rivolto ai compagni democratici.

Le forze della sinistra
hanno previsto una presenza di 100 mila persone, ma l’obiettivo minimo non dichiarato è superare il numero raccolto dal Tea Party ad agosto. Per farlo i democratici hanno tirato fuori dal museo delle cere anche Howard Dean, l’uomo che nel 2004 sfidò – invano – John Kerry alle primarie presidenziali e poi per quattro anni ha guidato formalmente il partito. Lui è l’uomo spot di una manifestazione che perfino nell’iconografia guarda all’operato dei conservatori: grafiche stilizzate in stile Bauhaus, immagini ispirate alle campagne politiche degli anni Cinquanta, isotype alla maniera di Otto Neurath. Per salvare le elezioni di midterm i democratici mettono addirittura il naso fuori dai salotti di Washington.